Poesia in dialetto, poesia in piazza è il titolo di questo post che riprende un articolo che ho pubblicato su BeneInsieme, il cartaceo di CONAD nella piccola rubrica letteraria che ho curato per un annetto. Uno dei lavori più divertenti che abbia mai fatto.
L’idea era quella di prendere due poeti – Ignazio Buttitta, siciliano e Franco Loi, genovese ma milanese d’adozione – e capire da dove nascesse la loro decisione di scrivere in dialetto. La tesi? Che il dialetto sia la lingua della piazza, non necessariamente solo la lingua del popolo, semplicemente la lingua che si sente per le strade, quella reale, vera.
Ignazio Buttitta e la poesia parlata
Per chi il siciliano non sa neanche come pronunciarlo nella propria testa, Ignazio Buttitta fa una
cosa ch’è d’aiuto. Infatti, la sua lingua – e cioè la sua poesia in dialetto – la scrive non come andrebbe
scritta, ma come va detta. Perché secondo lui la poesia non poteva restarsene nella mente
di chi legge.
“Poiché la vera lettura [di una poesia] è quella che si ascolta, che viene dalla voce del
poeta.”
scrisse Leonardo Sciascia interpretando il pensiero di Buttitta.
Se avesse potuto, Buttitta l’avrebbe addirittura cantata la sua poesia; ma diceva di avere la chitarra scordata e la voce catarrosa: sarebbe stato come una suonata ai sordi. Invece, pare che avesse una voce di ferro e la sua poesia l’ha letta ovunque, pure in Russia.
I personaggi di Buttitta
Ai russi e molti altri ha cantato di personaggi invisibili e scomodissimi cui non riserba pietà, figli – come la definisce Sciascia – di questa Sicilia-madre, terra che piange per la violenza, lo
sfruttamento e le ingiustizie che la sua progenie infligge e subisce.
Leggeremo di spiritosi briganti, di bambini che parlano come adulti, di giovani morti insensate e
della rivoluzione che tarda a conquistare i cuori, ma anche di cani e gatti che saltano sulla gambe, di panni stesi e trecce d’aglio alla finestra. Di ciò che si svolge come un teatro davanti alla panchina di una piazza siciliana e ci trasformeremo in ognuno dei suoi personaggi e nella Sicilia stessa.
Di Buttitta leggetevi La mia vita vorrei scriverla cantando e La vera storia di Salvatore Giuliano, editi entrambi da Sellerio.
Vi piacciono gli autori siciliani, qui trovate una raccolta dei miei preferiti.
Franco Loi e Milano
Se volessimo cambiare città, ma restare in piazza, potremmo risalire tutta l’Italia fino a Milano e scoprirla attraverso la poesia in dialetto di Franco Loi, poeta di nascita genovese, ma milanese fin nel midollo, che usava il dialetto come faceva Buttitta, cioè come visione del mondo, e che, sempre come Buttitta, pensava che la poesia andasse letta. Quelle di Loi, però, erano parole che descrivevano il mondo in cui viveva, ma che volevano al tempo stesso esortare, spingere a riflettere e poi ad agire.